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FUTURO COOP

I DIRITTI AL CENTRO CON IL PROGETTO “ TUTTI A CASA”  COOPERATIVA PIAZZA GRANDE 

La storia della Cooperativa Piazza Grande  è strettamente connessa con l’Associazione “Amici di Piazza Grande”  che nasce a meta  degli anni 90 all’interno del dormitorio storico di bologna, grazie al sindacato e ad alcune persone che vivevano nel dormitorio. L’esigenza primaria era dare strumenti minimi agli individui per non chiedere l’elemosina e nasceva cosi  un giornale da vendere in strada al quale lavorava attivamente un primo gruppo di persone dell’associazione. Ma nel 2009 l’Associazione attraversa  una profonda crisi ed è proprio in questa fase che avviene l’incontro con la Cooperativa Piazza Grande, ed il progetto housing first, attraverso un primo coinvolgimento diretto di Alessandro Tortelli, ad oggi Presidente della Cooperativa.

L’obiettivo era rimettere al centro i diritti e ridare la voce alle persone senza fissa dimora. “Questo -spiega il Presidente della Cooperativa - è stato possibili anche grazie all’aiuto di un’equipe composta da  persone altamente qualificate che ha posto l’accento sul soggetto marginale  e sulle relazione di aiuto, con un approccio “basagliano “ , per uscire dalla strada”. Inizia cosi il  progetto “Tutti a Casa”  che nasce nel 2012 dalla necessità di introdurre strumenti specifici per rispondere al problema delle famiglie senza fissa dimora. È un progetto di “housing first”, cioè un progetto che prevede l’inserimento di famiglie in situazione di emergenza abitativa, segnalate dai Servizi sociali. “Ciò che il progetto vuole fare- prosegue Alessandro Tortelli- è accostare all’inserimento abitativo il lavoro sul rafforzamento e la costruzione di reti relazionali poiché l’esperienza  in questo ambito da parte della Cooperativa delineava che l’ingresso nel sistema dell’accoglienza non comportava significativi miglioramenti nella vita delle persone. Quindi nasce l’esigenza di  iniziare uno studio ben più ampio che metteva in relazione il rapporto tra il mercato immobiliare e il problema delle persone senza casa. Dagli anni ’70, infatti, l’Italia ha superato il deficit abitativo e ad oggi ci sono più case che persone senza dimora. Ma a partire dalla fine degli anni ’80 - spiega Tortelli- se da un lato il reddito medio delle famiglie in affitto è rimasto pressoché invariato, dall’altro sono decisamente aumentati i canoni d’affitto con conseguente aumento delle diseguaglianze ed aumento della povertà. In Italia ci sono circa 10 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà relativa, e le persone senza dimora vivono in condizione di estrema povertà. E’ chiaro che l’aumento delle diseguaglianze e della povertà è legato all’aumento del numero di persone senza una casa, con conseguente innalzamento dei costi delle politiche per il contrasto della povertà, le quali , comunque, hanno dimostrato nel corso degli anni una sostanziale inefficienza.

Uno degli obiettivi del progetto era individuare una possibile strategia che riducesse i costi dell’intervento e migliorasse la qualità della vita delle persone, facendole uscire  dalla condizione di “senza dimora”. Tecnicamente l’Associazione affitta  gli appartamenti garantendo il pagamento del canone, e le spese di ristrutturazione sostenute dalla Cooperativa vengono scalate dalla quota mensile. Per ammortizzare i costi, le persone che vivono negli appartamenti partecipano alla ristrutturazione con l’ausilio di un partner proveniente dall’ambito dell’edilizia. “Ma il punto -sottolinea Tortelli- è capire  di cosa hanno bisogno queste persone. Da qui l’idea di avviare un corso di formazione “Marginalità e lavoro” rivolto alle persone senza dimora per avvicinarli al mondo del lavoro e fare si che un corso di formazione si trasformi in una vera e propria strategia per la lotta alla povertà. Inoltre, “Tutti a casa” rappresenta anche una valida  opportunità per ridurre il numero di case sfitte a Bologna e nella provincia.

Un ulteriore problema consisteva nel far capire alla pubblica amministrazione che era in atto  un vero e proprio cambio di paradigma poiché, nel momento in cui le persone entrano nell’appartamento hanno il potere di disporre dell’immobile. Ed è proprio questa la differenza tra il progetto ed i “gruppi appartamento” già  esistenti, cioè nel progetto di housing first le persone, che usufruiscono degli spazi abitativi, sono autonome e questo crea una rottura rispetto alle vecchie modalità di erogazione del servizio in cui vi era una radicata  dipendenza tra il soggetto che ne usufruisce e chi lo eroga.

Nasce, cosi, una diversa interpretazione del servizio che porta la Cooperativa a diventare il punto di riferimento per i servizi relativi all’inserimento abitativo. Ma in realtà – spiega Tortelli- nel momento in cui  viene riconosciuta la bontà del progetto inizia un processo di istituzionalizzazione, del progetto stesso, che ne depotenzia gli effetti. Infatti, il modello iniziale  di “tutti a casa” prevedeva la costruzione di una relazione con le persone in strada che poi erano accompagnate negli appartamenti ,veniva valutata la condizione di salute mentale del soggetto che, se affetto da patologie mentali specifiche, non veniva inserito in appartamenti con altre persone bensì da solo. Ma  l’istituzionalizzazione del progetto ha comportato l’introduzione di regole, volte all’efficentamento del servizio, che hanno determinato una stretta  dipendenza tra chi ne usufruisce e chi lo eroga e ciò si tramuta in più costi per i servizi stessi. E’ importante infatti che le regole vengano stabilite con chi vive negli appartamenti anche per iniziare un graduale percorso di responsabilizzazione della persona.

Il Presidente prosegue spigando quanto sia importante, per l’evoluzione del progetto, rivedere con la Pubblica Amministrazione gli impatti del welfare prestazionale che rischia di fallire se non si riesce a trovare un nuovo modo di erogare servizi. “ Infatti il progetto è la sintesi  

di due cose: da un lato vi è un servizio socio educativo che segue i principi della psichiatria di comunità , dall’altro però è anche un modello di housig  sociale che prevede l’affitto di appartamenti da parte dell’associazione la quale si assume i rischi di un eventuale mancato pagamento del canone mensile. Il problema è che il Comune non riconosce l’eventuale copertura di quella quota ma esclusivamente i servizi educativi, mentre invece sarebbe necessario studiare modelli che possano contenere il rischio economico e creare quindi un welfare generativo. Il punto  è il benessere della persona strettamente legato  alla casa , se non si innesca un meccanismo generativo delle risorse il problema si  ripresenterà sempre ed  aumenteranno gli sfratti. La soluzione – spiega Tortelli -potrebbe essere creare un soggetto imprenditoriale non profit, come per esempio un fondo immobiliare, che abbia un fine non speculativo, con il quale costruire un modello imprenditoriale che possa avere una redditività media di 300 euro per appartamento.

Quello che manca al nostro progetto - conclude Tortelli- e che andrebbe fatto è un’analisi dell’efficacia degli interventi. Infatti il link tra benessere e costi è centrale nei servizi ma deve reggersi su un’analisi altrimenti il progetto non è scalabile. Per ottenere rapidamente i dati bisogna applicare modelli utilizzati nel business, raccogliere mensilmente dati sulla base dei quali  orientare il lavoro quotidiano per aumentare l’efficacia, guardare alle esigenze delle persone e non semplicemente all’eliminazione del problema.”

 

 

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